Consapevolezza e centratura

Mag / 2021 by
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Consapevolezza e centratura

Chi pratica yoga sa che, all’inizio di ogni pratica, si dedicano alcuni minuti ad attività di respirazione consapevole per la ‘centratura’. Poi si inizia la sequenza di asana.

Dal punto di vista prettamente pratico la sequenza può essere fatta comunque, ma i risultati sono diversi perché l’attività preparatoria serve a lasciare i pensieri fuori dalla mente ed entrare in un atteggiamento di presenza e di dedizione al qui-e-ora: dove sono, cosa faccio, perché lo faccio.

Tanto tempo fa andavo a un corso di tai chi e l’insegnante diceva spesso: “quando siete qui concentratevi su ciò che state facendo e percependo; lasciate i problemi fuori dalla porta, tanto li troverete ancora lì ad aspettarvi.”

Molto saggio, molto vero, e anche molto umoristico. Ancora una volta il discorso del qui-e-ora, della consapevolezza e della centratura.

Cosa c’entra tutto questo con la comunicazione d’impresa, con lo sviluppo di una strategia di comunicazione per le aziende e con la creazione di messaggi e strumenti per comunicare?

Trovo che consapevolezza e centratura siano due parole chiave per qualsiasi cosa si faccia e ora spiego in che senso.

Partiamo da una definizione: la consapevolezza è la coscienza di ciò che si è e di ciò che si percepisce, il proprio livello di apertura e comprensione di qualcosa e dei suoi elementi.

Perché un progetto di comunicazione (ma vorrei dire qualsiasi progetto) abbia senso occorre capire da dove si comincia e dove si vuole andare, quale è l’idea alla base e quali sono gli elementi necessari a svilupparla. I primi elementi utili sono quelli già a disposizione. Ce ne saranno anche altri, alcuni indispensabili e da reperire e altri accessori oppure al momento sostituibili con delle alternative.

Molto probabilmente avrete pensato a porre l’attenzione sulla concorrenza e sul mercato: ci sono altri che propongono cose simili? Come e dove vengono venduti i beni o i servizi a cui stiamo lavorando? Dove e come vengono pubblicizzati e promossi? Siete consapevoli del contesto, più o meno. Del contesto fanno parte anche i clienti e già qui la scena inizia a essere un po’ offuscata: spesso i ‘clienti’, soprattutto i ‘potenziali clienti’ sono una strana entità indefinita e non è mai ben chiaro che cosa vogliano e in base a cosa facciano le loro scelte. A volte sono una generica categoria professionale e non si è mai andati più a fondo. Spesso le aziende che lavorano con il B2B hanno come riferimento un generico mondo di ‘progettisti’ o di ‘uffici tecnici’. Di che tipo?

Quindi: contesto generala abbastanza chiaro.
Clienti: un po’ nebulosi.

E poi c’è un terzo punto, una cosa decisamente essenziale e a cui raramente si pensa.
Di cosa si tratta?

Dell’identità dell’azienda. In pratica, di voi stessi.

La consapevolezza

Lavorare sulla ‘consapevolezza’ significa per prima cosa fare il punto su chi siete e chi volete essere: cosa vi definisce e cosa no? Su quali valori si fonda il vostro lavoro? Chi/cosa volete essere per chi vi guarda e vi sceglierà?

Quando mi relaziono con un’azienda per un progetto nuovo, insisto sempre molto su questa parte, su questa azione di ‘consapevolezza’. Lo faccio perché sfugge.

Le aziende arrivano in agenzia perché hanno un’esigenza più o meno definita, ma hanno dimenticato chi sono e cosa le rende speciali, seppellendo tutto questo sotto anni di abitudini e di affanni in cerca di clienti. Vogliono vendere di più, ma perché qualcuno dovrebbe comprare da loro?

 

Alla domanda ‘cosa vi rende speciali?’ raramente sanno rispondere.
Alla domanda ‘perché i clienti dovrebbero scegliere voi piuttosto che un concorrente?’ la risposta è un silenzio meditabondo e incerto, oppure un generico senso di ‘qualità’, qualunque cosa ciò significhi.
La qualità è come l’amore: ciascuno ne ha un’idea personale e non coincide mai con quella dell’altro.
E, al massimo della franchezza: i concorrenti in questione non pensano, a loro volta, di offrire qualcosa ‘di qualità’? Non credo che una persona vada in giro a sostenere con tutta se stessa una cosa che reputa una schifezza. J Sì, lo so che c’è anche qualcuno che lo fa, ma sto facendo un ragionamento nell’ambito di ciò che è lecito ed etico.

Tornando al punto: per poter sviluppare un progetto di comunicazione sensato e utile, bisogna riacquistare consapevolezza di sé. Significa avere il coraggio di guardarsi e di riconoscersi, di togliere gli strati di polvere e tornare a far risplendere ciò che conta davvero. Lì inizia ad abbozzarsi il senso della marca (e per questo vi rimando a un precedente articolo su cosa significa fare branding).

Ho in mente un esempio recente, di un’azienda che aveva praticamente dimenticato tutto ciò che di sorprendentemente innovativo e risolutivo aveva ideato nell’arco della sua esistenza.

Cose davvero ingegnose, che avevano fatto proprio la differenza nel settore; eppure non se le ricordava quasi o le enumerava come piccole cose senza importanza, senza rendersi conto che proprio quello era il suo tratto caratterizzante e forte: la capacità di inventare soluzioni nuove e semplici ma con una straordinaria capacità risolutiva.

Nel momento in cui tutto questo è emerso, abbiamo capito quale fosse il fulcro dell’attività di comunicazione da sviluppare, la cosa importante da rimarcare. Fantastica, affascinante, meravigliosa ma, soprattutto, assolutamente vera e sentita.

Come si dice alle sessioni di #IamRemarkable: se è vero, non è vanteria. E se è vero, dillo!

Un secondo passaggio

C’è un secondo passaggio che mostra quanto l’azienda sia coraggiosa: quello in cui guarda ciò che non funziona e si decide di abbandonarlo o di trasformarlo.

È inevitabile che le cose procedano ciclicamente, l’anno stesso lo fa con le stagioni: dalla primavera all’inverno, dall’esplosione dell’energia all’apparente dissoluzione di tutto per fare pulizia, riassestarsi, riorganizzarsi.

Così tante volte arriva l’inverno anche per le attività di comunicazione e bisogna ripulire il terreno e prepararlo per una nuova primavera, strappando ciò che ormai è secco e passato e avendo cura di proteggere e covare ciò che è pronto a sbocciare.

Se ‘abbiamo sempre fatto così’ non funziona più, bisogna avere il coraggio di farlo uscire dalla finestra e dare spazio al nuovo; a volte c’è da buttare molto e ristrutturare profondamente, a volte c’è solo da fare ordine e sostituire qualche dettaglio.

Qui entra in gioco la seconda parola a cui ho fatto riferimento: centratura.

La centratura

Per ristrutturare o riordinare bisogna capire cosa si vuole fare, cosa serve, cosa c’è da valorizzare. Bisogna avere schiarito la propria visione, essersi collocati in un certo punto e avere detto: ok, ripartiamo da qui, quale è il prossimo passo?

Una cosa che, fra le altre, tanto spesso manca, è un punto di vista da cui guardare, ma è da lì che inizia davvero un progetto.

Va scelto un punto di vista, altrimenti nulla è a fuoco. Quale è il punto di vista per un’azienda?

Lo è l’insieme di valori guida su cui si fonda la sua etica. Alla fine sono quelli che danno senso e sostanza alla parola ‘qualità’.

Cosa sono i valori guida eticamente fondati? Sono quegli elementi propri dell’azienda e  imprescindibili, quelli che tutti condividono e attuano e a cui tutti fanno riferimento nel momento in cui sviluppano il loro lavoro; sono i sassolini dorati che di fronte a un bivio illuminano la strada giusta da prendere.

Non sono teorie, sono sostanza, cose pratiche, elementi che si possono vedere, toccare, percepire quando si ha a che fare con l’azienda, con i suoi prodotti, con i suoi servizi, con le sue persone.

Tante volte sono cose che i clienti vedono già, ma che l’azienda stessa non nota, perché li considera parte del panorama. E se non li nota non li valorizza e non sa rispondere alle domande di prima: ‘cosa ti rende speciale e perché le persone dovrebbero scegliere la tua azienda invece di un’altra?’

La maieutica

Un importante, proficuo, impegnativo ma e –assicuro- divertente lavoro di consapevolezza e centratura è il punto di partenza di una strategia di comunicazione che si rispetti.

Io lo chiamo ‘maieutica’, prendendo in prestito il concetto da Socrate.

Nella filosofia socratica la maieutica (che vuol dire ‘ostetricia’) è un metodo che prevede prima una parte ‘distruttiva’ e poi una parte ‘costruttiva’. In pratica cosa significa: che nel percorso si fanno delle attività e si ragiona su dei punti che aiutano a uscire da schemi di abitudine, eliminare stereotipi e pregiudizi (solitamente nei confronti della propria azienda) e da lì partire a ricostruire tirando fuori ciò che l’azienda ha in sé ma ha dimenticato o non ha mai notato prima.

 

Se ti senti ‘in inverno’, se queste riflessioni ti hanno fatto sorgere delle domande, se fai fatica a rispondere alle domande che ho posto, se qualcosa del discorso ti ha aperto nuovi pensieri, se vuoi confrontarti e capire cosa puoi trasformare per comunicare in modo più ‘consapevole e centrato’, fammi sapere.

 

Puoi scrivermi e fissare un colloquio in videoconferenza. È gratuito, dura circa un’ora e sono sicura che ti aiuterà a chiarire i primi elementi e a capire quale sarà il prossimo passo.

 

– Sarah

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